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12 -December -2017 - 13:15

Mia madre Rosita (1917), terzogenita e penultima figlia di un fornaio e di una sarta, ci ha lasciati pochi anni orsono sfiorando la soglia dei novant’anni. Nella seconda parte della sua esistenza, Rosita avrebbe lasciato spazio a una sua vocazione artistica figurativa anche pubblica, applicata non senza un certo successo alla materialità e alla policromia delle stoffe. Occorre dire che la mia amata e unita coppia genitoriale non ha dato vita a altri discendenti. Del figlio unico continuo a rappresentare, ammesso che abbia ancora un senso parlarne, aspetti identitari in senso positivo e anche negativo. Scuole elementari in paesi di montagna; in uno di questi, Castello dell’Acqua, mio padre arrivò da Sondrio una sera della vigilia di Natale verso il 1950, dopo aver percorso un gran tratto di salita a piedi dal fondovalle, sudato sotto il carico dei dieci (tanti, se non più ancora, mi pare fossero) grossi volumi della Enciclopedia dei Ragazzi di Mondadori, quella che fu la mia Bibbia laica sul mondo, i miei pezzi di notti con la lampadina accesa sul gelo delle lenzuola. Scuola media, ovviamente non ancora dell’obbligo, tra anni 1951 e ’54 a Sondrio, due di questi anni al collegio dei Salesiani. Ginnasio-liceo, unico per gli studi classici in tutta la provincia, tra 1954 e il ’59. Tra i compagni di classe degli ultimi due anni, il futuro critico e storico dell’arte Zeno Birolli, con cui condividemmo il soggiorno al Convitto Nazionale di Sondrio e con cui preparammo la allora ardua prova istituzionale della maturità. Non ho mai più rivisto Zeno da allora, se non per caso, una decina d’anni dopo il liceo, nel corso di una manifestazione di contestazione nella bollente Milano degli anni sessanta: ai bordi del corteo, fu felicemente sorpreso di vedermi, e certamente ricambiai quella simpatia. Passavo da Milano per andare a Torino, e non ero lì per caso. Poi dirò il perché anche di questo. Superata la maturità, e un po’ contro il suggerimento di mio padre che aveva bene intuito la vocazione letteraria della mia personalità, mi iscrissi alla facoltà di giurisprudenza a Pavia. Pavia fu scelta da me, per il timore che la violenta immissione nella metropoli milanese mi potesse creare problemi di adattamento quantomai complicati. Studiai per quattro anni diritto a Pavia, senza entusiasmo ma con senso di disciplinata doverosità, laureandomi con una onesta tesi sulla teoria della responsabilità penale. Avevo cominciato a collaborare a periodici che uscivano nella mia provincia: poesie, recensioni, qualche colonna su mostre di pittura. Inutile dire che tutto ciò non ha fortunatamente voluto sopravvivere alle maglie della rete protettiva che avrebbe poi delimitato il mio lavoro più maturo, davvero pubblico e consapevole, di intellettuale di formazione letteraria, come amo definirmi e come più avanti cercherò di documentare oggettivamente. Pavia mi fu però propizia per certe sue librerie dove riuscivo a trovare edizioni economiche di poeti moderni anche stranieri, magari senza testo a fronte; e inoltre tra i compagni dei corsi di diritto incontrai qualche raro figlio di una borghesia intellettuale progressista e antifascista che contribuì a procurarmi un’apertura di sguardo sulla storia tormentata del Novecento che il mio àmbito famigliare non era in grado, per ragioni molto complesse, di comunicarmi. Ricordo le notti a camminare per le strade di Pavia, mentre il compagno di corso Vittorio Giordanengo, cuneese ora avvocato in una famiglia di avvocati, a sua volta perso di vista ben presto, mi spiegava la Resistenza, la spiegava a me che in famiglia ne ero stato accuratamente tenuto all’oscuro, anche se la parte materna aveva vantato uno zio comandante partigiano. Ma due e opposte, appunto, furono le parti politiche della coppia genitoriale. Con la figura del padre, uomo di grande intelligenza e generosità e ricco della stima che sapeva suscitare, caparbio e sacrificale idealista uscito assolto dal caos degli opposti nella guerra di liberazione, mi sarei poi ampiamente conciliato. E così, ora, parlo doverosamente di lui e di quanto gli devo. Ma lo zio Aldo, l’ex partigiano affascinante e comunista con in tasca l’Unità la domenica mattina al bar in piazza,  che mi parlava del sistema sovietico come del regno della giustizia realizzata, rimase per anni il mio modello e il mio mito. Sarebbe morto ancora giovane, vittima di uno scoppio d’altoforno mentre lavorava da operaio nel Comasco. E non so se sia mai stato raggiunto da informazioni che sfatassero la sua fede nel “paradiso” sovietico.   

 Nel 1964 torno dunque in Valtellina con una laurea in legge in tasca. Due agguati mi attendono, in modo tenero e leale quanto greve di responsabilità: la prospettiva di una famiglia mia e un lavoro tutto mio. Entrambe cose, per quei tempi, molto facili da conquistare, soprattutto la seconda. Con la allora fidanzata, la ragazza certamente più bella del paese e anche la più scontrosamente e un poco fascinosamente problematica, madre poi dell’unica figlia che io abbia (la rassicurante e solidalmente mia Beatrice chiamata), con lei, il cui nome qui lascio nel silenzio della discrezione, mi sarei sposato nel luglio del 1966. Dopo lei ci sarebbero state altre due mogli; anche di loro taccio i nomi, per una forma di delicatezza e di stile. Non mi si chieda di dire quale sia stata la più importante, poiché significherebbe scivolare nel mauvais goût. Mi limito a constatare che con la attuale vivo, e sarei disposto a tornare indietro allo stesso modo, da più di vent’anni. Vorrei però concludere su questo aspetto, ricordando che la delicatezza e il rispetto comunque per la persona femminile mi furono ben presto imposti come valori da mio padre. Realtà di non poco conto per quei tempi. Quanto a mio padre, che già vedeva (sbagliando, ma poco importa) nella mia da poco moglie i sintomi di una incipiente maternità, e che era malato gravemente da qualche anno, sarebbe morto, per un cancro al cervello, nel novembre dello stesso 1966. E la questione del lavoro, in quegli anni sessanta in Valtellina? Mi sento quasi imbarazzato, nella drammatica situazione dell’Italia di oggi, nel dovere ammettere che c’era unicamente il dilemma delle scelte: scartata la professione avvocatizia (qualche mese picaresco di apprendistato presso un amico di famiglia), rimanevano due vie, quella del pubblico impiego direttivo e quella dell’insegnamento. All’inizio scelsi questa seconda, a me largamente più conforme. Era partita la scuola media unificata, governi cattolico-progressisti si erano decisi a garantire livelli più alti di istruzione per tutti, panico nelle scuole per assenza di personale docente: ricordo che anche quando ero studente universitario spesso le scuole telefonavano a mio padre in ufficio (in casa allora non si aveva il telefono) pregandolo di convincermi ad accettare delle supplenze più o meno (pensate, studiavo giurisprudenza...) lunghe per materie letterarie; talvolta accettavo e talaltra no, secondo la gravità degli impegni universitari. Dopo la laurea insegnai quattro anni, poi temetti che le ondate di laureati (soprattutto laureate) in lettere che si andavano schierando potessero lasciarmi senza lavoro scalzandomi. E fu lì che partecipai a un concorso romano per il livello direttivo nella Pubblica Istruzione, e lo vinsi. Fui nominato a Sondrio, al Provveditorato agli studi, nell’autunno del 1968. Iniziò il mio triste percorso dentro la burocrazia, triste ma alfine provvidenziale: determinò quell’uscita forzata dalla provincia che la mia autodeterminazione non aveva avuto fino ad allora la lucida energia per realizzare, governata com’era, la mia personalità, da un istinto, forse tipico del figlio unico tra l’altro, per il blocco protettivo di una sorta di patria-famiglia territoriale, unificante e a oltranza ripetuta su se stessa, ansiosa e inibita dagli orizzonti del mondo vasto e plurimo.

 

     Ma ecco che ci fu, presumibilmente con la benefica complicità dell’inconscio mio, l’episodio decisivo. Ve lo racconto brevemente. Era l’autunno del 1971, da tempo ero iscritto alla facoltà di lettere a Torino, attrattovi dalla sua buona fama e dalla congiunta ospitalità di una famiglia parentale quando ci andavo a sostenere gli esami. Il tempo libero dall’ufficio – e devo ricordare ancora con gratitudine la attiva solidarietà della madre di mia figlia – lo dedicavo agli studi di lettere, domeniche comprese. Avevo un sogno, e me ne stavo conquistando il corpo interno, la sostanza gustosa. Era l’autunno del 71 e gran parte degli esami erano dati, me ne mancavano pochi e la tesi di laurea. C’era allora, in Sondrio, un provveditore agli studi di nome Enrico Rossi, che molti ricordano non per la sua perizia o lungimiranza sociale, ma per la condanna penale che molti anni dopo, quando però era ancora in servizio, avrebbe subìto per istigazione al suicidio. Aveva vessato una dipendente da una segreteria di una scuola, portatrice di handicap fisico, al punto che la sventurata ragazza una certa mattina aveva preso il treno per Colico e si era per disperazione annegata nel lago di Como. Grazie anche alla tenacia del sindacato CGIL, e grazie alla determinazione di una ammirevole magistrata, l’aguzzino venne condannato e si dimise dalla delicata carica. In quel 1971 io ne ero stato vittima, per fortuna più forte e oggettivamente favorito da strumenti psicofisici più fortunati. Mi scontrai apertamente con lui e lui brigò col Ministero, fino a scovare una legge che stabiliva il trasferimento d’ufficio per incompatibilità con l’ambiente; ma questo trasferimento doveva tenere conto di situazioni eventuali di famiglia o di studio. Ero iscritto a lettere a Torino. Il gioco era fatto, il mio inconscio (ora gliene riconosco il merito decisivo) aveva vinto. E On y va! Partimmo tutti e tre da Sondrio il giorno di ferragosto del 1972, con un camion traslocatore; tra il novembre dell’anno prima e quel giorno avevo fatto il pendolare, e allora si lavorava anche il sabato; tornavo a Sondrio il sabato per cena, mi godevo Beatrice nei suoi primi anni e la dolcezza di sua madre e ripartivo l’indomani pomeriggio per Torino. A quella età queste cose si fanno. Abitavo in periferia, presso parenti, molto lontano dalla stazione. Ricordo un primo maggio di quei mesi, arrivai alla stazione al solito poco prima di mezzanotte, niente mezzi pubblici, taxi nemmeno l’ombra, primo maggio di quiete mortale, me la feci a piedi, forse un paio d’ore, con valigia in spalla coi panni puliti per la settimana e i libri da ripassare in treno. Mi laureai senza fretta in lettere a Torino, o per meglio dire dedicai spontaneamente alla stesura della tesi alcuni anni dopo la fine degli esami. Ne uscì un lavoro, che mi fruttò il più soddisfacente degli esiti accademici, sui “Poeti della Linea Lombarda”. E iniziò la mia titolarità di futuro autore pubblico. Era grosso modo la metà degli anni settanta e la tesi mi aveva fornito una scossa decisiva. Promotore ne era stato Bàrberi Squarotti, relatore ufficiale il compianto Stefano Jacomuzzi, controrelatore (oggi si dice secondo relatore) il settecentista Marco Cerruti allora davvero molto giovane. Poi iniziai per così dire a riscrivere la tesi, a trasformarla, mese per mese, in un libro, il mio primo libro. Ma nel frattempo ci furono altre cose, molte altre cose, molte importanti cose. Le ridurrei a due fondamentali: la scoperta sul territorio della lettura politica della storia del mondo e la scoperta della letteratura come libertà nel metodo. In ogni caso quegli anni settanta, sui quali è davvero opportuno che mi trattenga a parlare per esteso, sono stati probabilmente il decennio più importante, ricco e decisivo della mia vita. Ci fu la scoperta della città come topos culturale della modernità, fermento di contraddizioni, di produzioni, braccio contro braccio, corpo contro corpo, capitale e lavoro che si fronteggiavano. Ci fu la politica, che allora più che mai finì spesso per coincidere con la cronaca che si fa storia nel proprio manifestarsi; la politica tra stabilità istituzionale e progetti di riforme e il terrorismo delle BR, poi di Prima Linea e di altri gruppi di follia. Poco dopo il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, un velo di verità nuova mi si aprì, mi iscrissi al PCI e ci rimasi fino al fatidico 1990 anno della cosiddetta svolta, per molti di noi giudicata allora una scelta moderata e come tale insostenibile. Cominciai a guardare con maggiore interesse all’avvicendarsi, spesso deludente e minoritario, di formazioni alla sinistra del maggiore partito, senza peraltro implicarmici troppo. Infine trovai nel gruppo del quotidiano “il manifesto”, al quale mi lega tuttora un rapporto molto complesso di fedeltà, lo spazio di interpretazione della storia che stiamo vivendo, in termini di intelligente e libera scelta di verità; anche se ho dovuto e devo un poco rimuovere quel tale e ben noto respiro da gruppo di élite, da impenetrabile cittadella dei migliori, da snobismo dialetticamente inoppugnabile e così via. Il mio maestro politico fu, qui a Torino, un chimico di formazione gramsciana, operaista e per sua scelta militante di base nella sinistra del PCI: si chiamava Romolo Schiavazzi e sarebbe morto improvvisamente poco dopo i suoi cinquant’anni, a un convegno di scienziati in Toscana, figura fulgida di materialista praticante con il valore aggiunto del collante nobilmente anarchico del valore della fraternità quale dato preminente dell’essere diverso dal soggetto capitalistico, consumatore per decreto.

 

     Il decennio, se mai nella vita di un uomo possano convivere al tempo stesso tante e alte passioni diverse tra loro, fu anche quello della appropriazione di conoscenza della letteratura del Novecento nella città e regione che mi ospitavano: Pavese, Fenoglio, Calvino, Arpino, Primo Levi, come dire un po’ il meglio del maturo Novecento in lingua italiana. Scopersi, se mai non me ne fossi accorto, che Torino non era, non era mai stata salvo eccezioni (due: Gozzano e Pavese di “Lavorare stanca”) città di poesia e di poeti. Fu doloroso e allarmante constatarlo, ma ormai ero lì, c’ero. Filtrava qualche nome, Barberi Squarotti, Bona, il giovanissimo Baudino, lo scherzoso filino d’erba di Orengo, le severe anche se rare poesie di Angelo Jacomuzzi, lo stile incipiente e già consapevole di Valeria Rossella, qualcun altro ora sparito per sempre dalle memorie intergenerazionali, ma soprattutto Camillo Pennati allora funzionario alla Einaudi, amico leale e raffinatamente signorile oltre che poeta ampiamente storicizzato. Comunque non c’era da attendersi molto sul piano di un possibile fronte competitivo rispetto alla capitale lombarda, e questo fu un cruccio durevole, che però mi spinse a non perdere di vista i contatti assidui con Milano, contatti favoriti dal fatto che colei che per pochi anni sarebbe diventata la mia seconda moglie abitava a Milano. Ma su Milano ci tornerò tra poco. Incontrai però a Torino, fu anzi lui a creare le condizioni per incontrare me, un singolare giovane uomo, alto robusto e barbuto, con una testa tempestosa e degli occhiali inconfondibilmente da intellettuale; in quegli ultimi anni settanta poteva essere sì e no sui venticinque, medievista impeccabile, lettore furibondo, professore qua e là in scuole private per sostentarsi, poeta al di sopra di ogni mondana prevedibilità. Si chiamava Roberto Rossi Precerutti, ma allora il cognome Rossi, quello di parte materna, non era ancora stato aggiunto in sede anagrafica. Roberto Precerutti o lo spirito dell’utopia. Roberto, oggi giustamente conosciuto soprattutto tra i raffinati tanto come poeta che come eccellente traduttore (dai Provenzali al Novecento) dal francese, stava fondando temerariamente la piccola casa editrice che chiamammo assieme “L’Arzanà” (l’idea del nome , un celebre dantismo, venne un giorno a me e lui la trovò felice). Erano plaquettes deliziosamente povere, entro le quali però Roberto riuscì a immettere versi di firme anche molto forti a livello nazionale. Più avanti quel marchio cominciò a proporre veri e propri volumi, che definirei decisamente eleganti, bianco-avorio con una incisione di copertina erudita e fortemente allegorica. Nella prima serie dell’Arzanà pubblicai due plaquettes e inoltre altre poesie in collettivi. Le plaquettes si intitolano rispettivamente “Coblas”(1980) e “Luce e altri tatti”(1981). Assieme a altre sequenze, sono confluite nel primo dei miei libri propriamente compiuti e costruiti, “Epilogo occitano”, comparso appunto nell’Arzanà nel 1990. All’età di cinquant’anni, spesso anche molto prima, i miei coetanei romani e milanesi mietevano premi Viareggio e recensioni “firmate” (nel senso degli abiti degli stilisti). Mi trovavo lì, con una storia mia non scelta, in un luogo non scelto, dopo avere speso tranci di vita in cose ben più grandi del verso ma, a differenza del verso, irraggiungibili; mi trovavo lì con il primo libro vero e proprio tra le mani, che raccoglieva con ordine progettuale e indubbia competenza i brevi lavori di un quarantenne maturo, per la precisione di un uomo sui cinquanta. Dal punto di vista della carriera sarebbe forse stato il caso di ritirarmi. Dal punto di vista “politico”, niente affatto: altro era lo schema, che definiremmo borghese, di carriera, altra era la mia unica ineludibile e non trasferibile vita; e quei versi dovevano contenere tutte le altre cose che solitamente i poeti non hanno il tempo, o le capacità, o il coraggio, di fare e di dire. Ecco perché ritengo sia ora, in questo ormai lungo scritto, di parlare dettagliatamente della storia dei miei libri. Non prima, però, di aver fatto notare al lettore che la mia identità autoriale nasce come quella del critico che, poniamo, una figura come quella dell’allora molto giovane Gian Luigi Beccaria a storia della lingua italiana aveva contribuito a far vivere di autocoscienza. Prima parlavo della tesi di laurea sui poeti della Linea Lombarda. Ebbene, ne erano nati ben due libri, un ampio saggio (“Poeti della Linea Lombarda”, CENS, Milano 1987) e una antologia (“La via lombarda”, Marcos y Marcos, Milano 1989, con una ampia e schierata presentazione di Silvio Ramat). In realtà quegli anni ottanta, che guardarono soprattutto alla società letteraria milanese, furono punteggiati da collaborazioni anche di sicuro prestigio con riviste, spazi editoriali di varia natura, occasioni evenemenziali di sicura mondanità: la capitale lombarda sapeva offrire agli entusiasmi ben strutturati di talenti non necessariamente autoctoni occasioni concrete e ambìte. Si chiama, se non sbaglio, ospitalità.

 

     Un antico schema, cattivamente ellittico, diceva allora che Torino è il luogo ideale in cui lavorare indisturbati. Me lo diceva amaramente un amico pittore, artista tra l’altro non da poco, e ho cercato anche talvolta di tradurre voltando la frase a modo mio: è il posto in cui vige la forma più alta di rispetto per chi sta lavorando a qualcosa di importante. Ma tra rispetto e indifferenza non ci passa per caso un certo divario? A me mi pare di sì. E dunque c’era Milano da non perdere di vista. I miei interessi critici sulla “lombardità” in poesia – vecchia esile ipotesi della prima maturità di Anceschi – mi misero in contatto con parti importanti degli operatori attivi nel settore: vi furono amicizie (ma Luciano Erba lo conoscevo già da molti anni in quanto frequentatore della Valtellina e grande amico di uno dei miei maestri preti con intelligenze laiche, Camillo de Piaz) di lunga gettata, appunto Erba, poi Raboni (devo a lui, direttore di collane, almeno due dei miei libri meglio strutturati), Majorino, il caro Tiziano Rossi, Finzi, Viviani, Neri, Loi. Mi parve nel complesso di essere meglio accolto dalla generazione, se non dei padri, degli “zii”, piuttosto che da quella della freudiana orda fraterna. Certe amicizie resistettero, altre si estinsero, come capita naturaliter, su altre ancora intervenni bruscamente io stesso: giudicai scandalosa, persino un poco rivoltante, la svolta politica di Loi, il suo opportunismo privo di stile (tanto per essere chiaro: uno scrittore che sia pubblico apologeta di Marcello Dell’Utri fa diventare al confronto un Vincenzo Monti un limpido giacobino...). Ma non posso trascurare la permanenza dell’amicizia con un poeta di cinque anni più vecchio di me e ambientato da sempre in Valtellina come in una seconda patria: sto parlando di Angelo Fiocchi. Ed è urgente aggiungere l’antica e salda amicizia e l’ammirazione per il luganese Gilberto Isella. Due estremi: fatalismo riflessivo da un lato e natura iperattiva dall’altro; insieme, mescolati e sommati, farebbero un premio Nobel. Ma di altri, diciamo pochi altri, veri amici di oggi in poesia accennerò a suo luogo e tempo. Ho parlato poco sopra di uno dei due miei maestri intellettuali e largamente affettivi preti, Camillo de Piaz: mi vide letteralmente crescere, guidò con acuta parsimonia le letture per me utili, mi avviò al metodo tutto politico della contraddizione e della specificità nel distinguere, indirettamente mi aiutò a imparare a leggere come occorre. Attorno a lui si raccoglieva già da quel tempo lontano in Valtellina una cerchia di giovani e giovanissimi. Sono i miei rimasti amici di Tirano e nomino almeno i  più assidui e fedeli: Bruno Ciapponi Landi, uomo di alto prestigio pubblico e competenza personale; Valerio Righini, pittore e ora soprattutto scultore assurto ormai a notorietà allargata; Ugo Mazza e “Marcello” Andreola, compagni di viaggi e di idee condivise; Marilena Garavatti, pittrice raffinata e colta capace di dense insinuazioni simboliche. Fu attraverso Camillo, del glorioso medievale ordine dei Servi, che conobbi il suo impetuoso e ultranoto confratello Turoldo; David aveva bisogno di un ordinatore, procuratore, moderatore, informatore, e che altro dire, letterario; di un chiarificatore della propria non sempre governabile fluenza poetica tanto apologeticamente squillata da un mercato che vedeva in lui l’immagine trainante del poeta più fruttuoso. Curai, da un certo punto in poi, i libri di versi del David, scrissi via via su di lui, evitando accuratamente i toni apologetici, dei saggi che alla fine furono raccolti in un volume, uno dei miei libri di saggistica, “L’altissima allegria”, comparso nel decimo anniversario della morte dell’amico prete poeta (2002) per le Edizioni di Servitium, di Bergamo. In quello stesso anno ho curato, per Rizzoli, con il titolo “Nel lucido buio”, gli ultimi versi e prose liriche del poeta sacerdote friulano, volumetto dotato di impennate lirico-mistiche a tratti memorabili.

 

     Tra quelli che non senza una curvatura di gratitudine continuo a definire i grandi vecchi della mia vita letteraria, mi compiaccio di annoverare Andrea Zanzotto: lo conobbi, forse ancora prima che di persona, in lunghe telefonate notturne tra Torino e Pieve di Soligo, in ragione di un lavoro che impegnava entrambi a un obiettivo comune. Ma il pensiero di quelle telefonate notturne, nel corso delle quali mi propose a un certo punto un emozionante “tu”, mi traduce immediatamente su un terreno di urgenza biografica che attende, come un importante tassello, la propria definizione e collocazione. Poi torneremo a Zanzotto. Eravamo fermi al mio trasferimento punitivo al Provveditorato agli Studi di Torino. Fu una esperienza dura di lavoro reale a ampio orario; venni messo a dirigere un ufficio delicatissimo per i riflessi sociali che rivestiva e la direzione dell’ufficio mi lasciò libero di scegliere i collaboratori e le collaboratrici. Da quel nostro settore, che ben presto la comunità cominciò quasi ufficialmente a chiamare “il Cremlino”, uscì dopo alcuni semestri realizzato lo spianamento di arretrati che da anni penalizzavano pensionati per lo più poveri. Della lettera personale di plauso che il direttore generale mi spedì da Roma ricordo il profondo imbarazzo che mi suscitò, compensato per fortuna dalle risa che scoppiarono concordi quando la lessi ai miei collaboratori. A pensarci trovo tutto questo molto divertente. Dal 1971 lavorai lì fino a quando ottenni il trasferimento, sempre in città, alla Sovrintendenza scolastica, meno persone, aria più respirabile, tempi più rilassanti; dopo anni di fatica spesso non del tutto umana, in una città in continua crescita che bussava alle porte dei servizi (e per noi, scuole e asili), ottenni una sede di lavoro che mi rendesse possibile conservare tempo e energie per altro. Si dà il caso che pochi anni dopo, diciamo verso la metà degli anni ottanta, proprio la Sovrintendenza dovette occuparsi dei concorsi a cattedre per professori, concorsi ibernati da tempo infinito. Ci fu da buttarsi nel lavoro forse come non mai. Però giocai su due tavoli: partecipai al concorso per italiano e storia alle superiori, lo vinsi, aspiravo per più motivi a un serale e la fortuna mi permise di ottenerlo quasi sotto casa. Era fatta, tornavo alla scuola, avevo tutta la giornata libera e dei fine settimana generosi col giorno libero incollato. Niente problemi, tutti e tutte adulti e lavoratori, socialità e orientamento sulla funzionalità dell’essenziale: una esperienza di lavoro e di umanità indimenticabile. A quei tempi era possibile ritirarsi in pensione anche abbastanza presto e alla ottima età di cinquantatre  anni lasciai il lavoro per dedicarmi in toto alla letteratura o a altri “otia”, cosa che metto in conto dei privilegi concreti di cui la mia generazione ha potuto godere. Tornando la sera tardi a casa, dunque, mi aspettavano appuntamenti telefonici con Zanzotto. Roberto, il giovane direttore de L’Arzanà, aveva avuto una idea magistrale: proporre a Zanzotto una antologia ristretta della sua produzione, concordata con lui, in cui ogni testo fosse dotato di un commento mio anche ampio, di una guida alla lettura; l’autore ne fu, non esagero, entusiasta, quel lavoro convertiva la filologia dentro l’area della sua prediletta pedagogia, io mi dimostrai evidentemente adatto a una funzione di quel tipo e l’antologia-saggio, o saggio-antologia, dietro il titolo casto di “Poesie 1938/1986”, non passò davvero inosservata. Era il 1987. Non sarebbe stato l’unico, né l’ultimo, frutto della mia passione per i sistemi monografici, per le narrazioni, o metanarrazioni, di illustri vite a procedere; se ci mettiamo poi la confluenza di due, sia pure di diversa statura, nature pedagogiche, si ottiene la ragione di quelle lunghe telefonate notturne tra Pieve di Soligo e il centro di Torino. In quegli anni abitavo da solo, a due passi dalla stazione principale della città, e la notte mi sfiorava l’eco dell’annunciatrice, dei ferri sollecitati dagli ultimi approdi, della vita misteriosa e segreta dei margini, di chi sceglie il luogo del movimento per salvare la propria poverissima vita dall’estinzione in una stasi isolante e gelida. E questa, pensavo, questa è l’Europa. Mi si è chiesto talvolta: “Ma tu ami la tua città? Ami Torino?”. Mia figlia, per esempio, afferma di amare molto questa “sua” città. Ma quanto a me? Si può amare qualcuno o qualcosa per intero, globalmente? Si può amare un nome, il simbolo che è nel nome? Io non amo Torino in questo modo, ho amato una “certa” Torino, e vi ho raccontato quale e perché. Detesto un’altra Torino e, pensando a quella che invece amo, si può capire quale: quella dello stereotipo, che ha il suo bravo fondo di verità. Diciamo che stimo certa non inane capacità di lavorare, certa serietà, certi tratti ammirevoli della sua tradizione, e poche altre cose ancora. Ma il mio Es, il mio mare profondo e interno represso, non corrisposto, il ludico stortato e svergognato, il giocare con le parole evitato come la peste, la parte fanciulla che via via prende confidenza con la morte mentre gioca con gli aeroplanini di carta fatti dal giornale di proprietà della Fiat, l’ipocrisia che qui è gentile, là invece è servile, più in là ancora è ostile, le distanze di classe purché ci sia compostezza. Che sia il mondo, questo? Che sia tutto così, il mondo? Che sia, Torino, una parte del mondo? Basta, tagliamo corto con questo nubifragio superegotico che ammazza, sterilizza, squaglia desideri e cose gratis. Test mio su Torino, eccolo. Tanti anni fa mi trovavo a Roma con un amico pittore torinese. Una mattina, comperando il giornale, leggiamo che si è incendiata durante i restauri una parte della celebre cupola barocca della cappella della Sindone del Guarini, uno dei capolavori in assoluto d’epoca a livello europeo. L’amico che era con me restò stupito per l’indifferenza che non fui in grado di dissimulare, spontanea, vitale, serena e adulta. Il test dice che se una donna si spoglia e a te non arriva dove deve il dovuto sangue, ebbene quella donna non fa per te. Quando poi si invecchia, il disamore in forma di deserto cresce ogni giorno dentro di noi. Ma allora erano davvero molti anni fa e Marco, l’amico pittore che era con me, lo vidi sinceramente scosso dall’episodio. Amo Torino solo se ci ragiono introducendo confronti, tipo: sarei in grado di amare Palermo? e Napoli? e Cinisello Balsamo? Così magari qualche vantaggio da apprezzare salta fuori. Ma infine la città di una sola Famiglia, la terza o quarta città d’Italia, è riuscita a buttare là uno spezzone di metropolitana solo pochissimi anni fa. A Losanna, ricordo, ce n’erano due linee già una ventina d’anni fa, Losanna grande un decimo o giù di lì. Odi et amo, e intanto passano gli anni. E dopo i cortei operai che mi emozionarono, non vedo in giro più nessuno che cerchi di ribellarsi facendo fracasso e parlando a alta voce, possibilmente in modo sconnesso, volendo suoni, non sensi: Torino Italia? Forse sì. Dimenticavo: le statistiche ci dicono che tra le grandi città italiane, questa ha il numero più basso di episodi di violenza o intolleranza razziale. Che sia anch’esso il frutto dell’indifferenza all’altro? Ben venga, comunque, e che si sappia in giro. Insomma, chapeau! E ancora dimenticavo: le gazzette ci ricordano che Torino è un pressoché incessante luogo di produzione di manifestazioni culturali e spettacolari; di esse la Fiera del Libro non è che la più nota, e non giurerei che sia la più attraente. Assolto? Parlo di me e del mio giudizio, non del capoluogo piemontese.

 

     “Ma seguitiamo Angelica che fugge”: lo scrive, come noto, quel celebre digressore che è Ariosto. Qui la mia Angelica è una cosa nera su bianco che va a capo ogni tanto e per di più in maniera irregolare. Del primo libro complessivo e autorevole di versi ho detto poco fa. Dunque ora interromperei per un momento il criterio cronologico sostituendolo con quello tematico, e fornirei l’elenco dei miei libri di poesia, per così dire importanti, pubblicati a partire dal 1990, lasciando fuori, almeno per ora, plaquettes di raccordo, extravagantes, dense nugae ecc. Anticipo che a esse dovrebbe essere destinato, forse già nel prossimo 2014, un libro tutt’altro che esile che le raccolga e che sto pensando di titolare “Goldberg”. Poi riprenderò a raccontare da dove eravamo rimasti, e mi pare che stessimo parlando, dal punto di vista del lavoro, del mio saggio-antologia “notturno” su Zanzotto. Questi libri dunque non sono particolarmente numerosi, ma ho voluto scadenzarli giudiziosamente, distribuendoli lungo gli anni. Eccoli dunque. Di “Epilogo occitano” ho già detto. Vorrei però aggiungere qualche informazione circa il manufatto: Rossi Precerutti, l’editore amico di cui ho parlato prima, si serviva di una tipografia tradizionale a Torre Pellice, il noto centro della comunità valdese; il pittore Filippo Scroppo, di cui fui grande amico e la cui figlia Egle, pittrice e grafica a propria volta, iniziò a collaborare con noi, ci aveva preparato una entratura, sotto ogni aspetto vantaggiosa, presso la Tipografia Subalpina che usava stampare ancora con i caratteri a piombo secondo i vecchi sistemi della composizione; anche in questo senso i libri usciti in quella collana sono una autentica rarità pressoché antiquariale e spesso si creano gustosi cortocircuiti tra sperimentalismi linguistici anche accentuati (la scelta di Roberto era incline a autori fortemente responsabili in senso sperimentale) e natura otticamente e tattilmente reliquiale del processo compositivo del manufatto. Al primo libro complessivo, che è del 1990, seguì il “Mosaico dei rifugi” nelle edizioni Crocetti: seguì, o forse precedette, poiché comparvero entrambi nello stesso anno. Con Crocetti, con la rivista “Poesia”, ho collaborato per molti anni, con recensioni, traduzioni, miei inediti in versi. Poi anche in quel caso la mia irrequietezza non resistette a oggettive divergenze, che non potei non ricongiungere anche a un quadro ideologico nel quale non me la sarei sentita di continuare a essere identificabile. Molte e traumatiche, e di diversa natura, le mie rotture, tanto nella vita privata (ne ho accennato), amicizie comprese, quanto nelle relazioni per così dire professionali. Preferisco limitarmi a non rimuovere questo timone irrequieto che ha segnato la vera identità del mio vissuto: le ragioni profonde, infatti, sono tali che nemmeno tre o quattro esperienze di psicoanalisi nella mia lunga esistenza sono state in grado di chiarire. Dirò meglio: il mio profondo si è ostinato a fondare su queste spesso drammatiche attitudini la propria identità. Ci sarebbe da riflettere per più di una vita, ma ormai è tardi, sempre più tardi. Terzo libro fu quello che mi valse, il più esile e denso di tutti ma vero e proprio libro, il premio letterario più lusinghiero, il “Ceppo” di Pistoia, in giuria Bigongiari (che la presiedeva e che scrisse una motivazione che conservo sempre con commozione e fierezza), Luzi, Bo, Piccioni, Noferi. Il libro è “Allegretto e dipinto”, comparso a metà del 1994 nella piccola ma rinomata collana della Galleria Pegaso Editore di Forte dei Marmi in Versilia. La dirigeva Manlio Cancogni e nei pochi anni di vita la collana vide nomi di spicco tra prosa e poesia: tra gli altri, Tobino, Delfini, Comisso, un Garboli curatore di cose di teatro, Luzi stesso con un saggio dantesco; e poi, tra poeti e poete, Lamarque, Sica, Grisoni, Damiani, altri che non ricordo e naturalmente il sottoscritto, unico trasgressore rispetto alla linea di linguaggi piani e tradizionali che stavano a cuore a Cancogni, che volle avvalersi, per me, di una ampia introduzione di Silvio Ramat, una sorta di salvacondotto comunque prestigioso. Firmai per verità un altro libro in quella collana, e ne parlerò a proposito della mia attività di traduttore di poesia. Quarto libro fu, nel 1997 da Marsilio, “Predario”. Era iniziata per me quella che chiamo l’era Raboni. L’ufficio stampa della Marsilio era allora guidato da Miranda Bergamo, la più attiva e prestigiosa tra le personalità editoriali che io abbia conosciuto: il libro circolò abbastanza bene, vantò un numero per me insolitamente alto tra recensioni, segnalazioni, accesso a premi. Se da un lato non posso considerarlo in assoluto il mio libro migliore, devo però riconoscere che fu appunto quello più dotato e fortunato, compreso un passaggio in TV in occasione della Fiera del Libro di Torino. Fu sempre Raboni ad attivarmi anni dopo in vista di un nuovo libro per la collana di Scheiwiller che egli diresse per qualche tempo dopo la morte di Vanni: comparve così “Talìa per pietà”, nel 2003. Molti mi hanno coinvolto in richieste di informazioni (ma ricordo che “Soglie” di Genette è, relativamente all’argomento, una fonte insuperabile) relative ai titoli dei miei libri, non propriamente prevedibili e non facilmente decodificabili: se per i primi quattro uno sforzo di attivazione ermeneutica non tarda a individuarne il senso, in questo caso la questione si fa dura. Ma eccone la storia. Era l’estate 2002, passavamo la stagione nella casa di montagna, avevo compiuto la raccolta e si trattava di trovarle un titolo per poi consegnarla subito dopo l’estate. Il titolo non arrivava, né bene né male. Una sera stavo leggendo un libro di Beckett nell’edizione bilingue (alcuni sono persino trilingui) Einaudi. Alcuni sono notoriamente illeggibili, nel senso di imprendibili, ma allora andavano di moda, Beckett dovevaessere grande e una volta tanto l’editoria ha avuto ragione nel suo remare controcorrente. Ebbene, ora non ricordo più dove, ma mi colpì il seguente passaggio: “Thalie par pitié une feuille de ton lierre”, pronunciato da uno di quei disperati bechettiani che procedono un po’ a carponi. Mi parve calzante e ne isolai la prima parte. Quando si dice l’ultima chance: una aneddotica generosa sulla storia dei titoli sarebbe il più divertente dei romanzi. Per concludere su “Talìa”, ritengo persino doveroso ricordare che la fase di sistemazione e strutturazione del libro si svolse nella quiete di Bogliasco, borgo poco a ponente di Genova. Vi trascorsi una parte della primavera del 2002, destinatario su invito diretto di una prestigiosa borsa di studio che la Fondazione italo-americana Bogliasco mette a disposizione di scrittori, compositori, studiosi, artisti di profilo anche internazionale, in una villa d’epoca dentro un parco che scende direttamente al mare. Luogo se mai altri ideale per la fase delicata e raccolta di revisione e montaggio di un libro di versi. Ed eccomi arrivato al libro più recente, anche se ormai ampiamente svezzato, “Sciame di pietra”, accolto da Donzelli nella sua collana. L’editore, vistosamente diffidente nei confronti di autori che si mettano al lavoro segnati già dalla rassegnazione circa un vuoto di pubblico rispetto al proprio prodotto, teneva però in piedi – e esilmente forse ciò accade ancora – una collana di poesia, una bella collana, povera d’aspetto ma mormorante di prestigio. Si dice, forse non a torto, che la collana Donzelli è soprattutto interessante per le sue proposte di poeti stranieri. E infatti. In quel periodo la germanista amica torinese Anna Chiarloni stava lavorando a una scelta di traduzioni dal poeta tedesco, mio coetaneo, Volker Braun. Personalmente vanto una certa pratica di traduttore da quella lingua, come vedremo quando vi parlerò della mia attività di traduttore di poesia, per cui Anna e io costituimmo, come si suol dire, una coppia perfetta: fu un libro ampio e lungamente curato, pesato e discusso. L’autore, complesso e importante, risultò umanamente delizioso, le tematiche post-muro dentro il suo campo di rappresentazione autoriale si rivelarono profonde, guidate da una intelligenza più illuministica che metaforica. Personalmente mi servii di quella esperienza come del cavallo di Troia per il mio nuovo libro, così che i due libri, Braun e Luzzi, comparvero entrambi in quello stesso 2009. E qui passo al lavoro di traduttore, da poeti francesi e di lingua tedesca.  

 

     Cercherò anche qui la deontologia oggettiva del percorso cronologico, guida generale al lavoro, anche se non necessariamente tutta rettilinea. Desidero precisare che le due lingue da cui ho tradotto continuano a essere in certo modo lingue straniere: ho infatti con esse un rapporto passivo, cartaceo, filologico, cioè non pratico e non attivo. Sono spinto dalla curiosità di capire che cosa dicono coloro che hanno scritto in tedesco o in francese e in queste condizioni il ricorso immediato a dizionari e carta e penna è come il ricorso alle dovute attrezzature e vestiario per una giornata sugli sci. Mi provvedo, prudentemente e correttamente, di quelle che si chiamano “spalle”, come dire esseri umani che collaborino, e io ci metto il mestiere, visto che i prodotti in lingua italiana che ne usciranno dovranno immediatamente qualificarsi come poesie, e il mestiere consiste anche nel cercare di conoscere a ogni costo eventuali traduzioni già in circolazione e di servirsene (d’obbligo aggiungere: con intelligenza...). Intendiamoci, di quelle lingue conosco le strutture, lo spirito che le ha formate, i tranelli e via dicendo. Ma il lettore italiano troverà anzitutto farina del mio sacco, cioè l’eco inconfondibile della lingua comune a lui e a me. Ci sono stati anni in cui sul tradurre si è discusso e lavorato molto, e personalmente non mi sono mai sottratto a questa sfida. Dal tedesco. Ho tradotto Goethe in una elegante edizione privata corredata da sei acqueforti di Francesco Franco, l’illustre artista piemontese noto quasi ovunque. Il titolo del libro suona “All’alta memoria di Howard” ed è stato stampato a Mondovì, edizioni d’arte “El Peilo”, nel 1999, in occasione del quarto di millennio dalla nascita dell’illustre francofortese. Si tratta di sei componimenti poetici sul tema delle nuvole del Goethe tardo e l’Howard cui sono dedicati è il padre fondatore della moderna “nefelologia” come noi oggi la conosciamo. Trovare un mediosublime primo Ottocento messo al servizio di una idea del far poesia al servizio della scienza, trovare questo e individuare una lingua italiana che possa rendere questo clima senza diventare goffa e ridicola, ebbene, questa fu la vera sfida. Continuerò con il tedesco, che ha due titoli di cui uno è già stato oggetto di narrazione poco sopra. Della traduzione, con Anna Chiarloni, da Volker Braun, ho dunque già parlato. Dirò ora della mia impresa con Rilke, anzi della nostra impresa, poiché c’è stata di mezzo la presenza dell’amico Antonio Santini, teologo e germanofono di nove anni più giovane di me, confratello dei miei amici Serviti di cui ho parlato prima. Antonio mi propose durante una cena in Valtellina, esattamente vent’anni fa, di rivisitare un’opera minore di Rilke, il “Marienleben”, vale a dire, semplicemente, la “Vita di Maria”; squisito preludio alle Duinesi, aggiungo io, che a tratti chiaramente preannuncia, sia nella profondità del congegno riflessivo che nella soave irruzione, qua e là, di grandi spazi di dolcezza lirica in immagini. Il volumetto, tuttora in circolazione, è comparso nelle edizioni CENS di Milano – con le quali avevo già collaborato per il libro sui poeti della Linea Lombarda – nel 1993. Visto e tastato anche come puro “oggetto”, il libro è letteralmente delizioso. Dimenticavo di aggiungere che negli anni in cui collaboravo attivamente al mensile “Poesia” erano uscite mie traduzioni da Trakl, il poeta salisburghese del primo Novecento che ho letto e tradotto con particolare e convinta intensità. Dal francese. “Il vino di Baudelaire”, mia traduzione, con immagini di Marco Seveso, delle cinque poesie sul vino da “Les Fleurs du Mal” di Baudelaire, edizione fuori commercio in cento esemplari, Torino dicembre 1995. “Le più belle poesie di Jacques Prévert”, Crocetti, Milano 1995. “L’Angelus  di Jammes – Una traduzione e la sua storia”, Galleria Pegaso Editore, Forte dei Marmi 1996: si tratta della collana curata da Cancogni, nella quale due anni prima era comparso un mio libro di versi, “Allegretto e dipinto”; fui colpito dalla pressoché assoluta mancanza di attenzione per l’opera dell’onesto, certo non eccelso, Jammes; ma almeno era stata l’occasione per ricordare quanto il giovane Gozzano avesse preso, talvolta saccheggiato come solo i grandi sono autorizzati a fare, dal poeta francese alle sue spalle (L’”Angelus” era uscito nel 1898). “Le più belle poesie di Guillaume Apollinaire”, Crocetti, Milano 1997. Di René Char, “La fontana narrativa”, con nove immagini di Marco Seveso e una nota di Marc Bonneval, edizione fuori commercio in 500 copie numerate, Torino 2001. Ricordo perfettamente che nel pomeriggio di settembre in cui stavamo andando in auto in tipografia per verificare le ultime bozze ci raggiunse la notizia della tragedia delle Torri Gemelle. Dimenticavo, ma si tratta di un piccolo episodio affettivo. Su sollecitazione dell’amico, che ho qui già ricordato, Bruno Ciapponi Landi, ho tradotto nel 1998 l’operetta latina “Ad Abduam” del letterato arcade valtellinese Costantino Reghenzani, che redasse la sua piuttosto legnosa parodia-allegoria negli anni sessanta del Settecento; la morale del poema era la seguente: férmati, Adda, non rischiare di finire il tuo corso tra le braccia licenziose del vecchio Lario! Non propriamente travolgente come idea.

 

     Prima di reinoltrarmi nella disciplinata rassegna dei generi che mi hanno tenuto impegnato, vorrei proporre una riflessione esistenziale. Non mi è ancora ben chiaro, ma di fatto risulta oggettivamente comprovato, come mai, mentre proseguo nella ricostruzione-descrizione del mio lavoro, l’attrazione verso la rievocazione del vissuto tenda a sfumare. Non esisto più se non come produttore di titoli, la mia biografia si dissolve sullo sfondo per concentrarsi in una serie di “nomina”. Due le possibili ragioni, o perlomeno sono due quelle che affiorano alla mia coscienza, poiché credo che il discorso possa essere ben più complesso. Primo, la presbiopia mnemonica che si accentua con l’invecchiare. Secondo, la ormai soverchiante coincidenza tra scrittura e vita, dove la seconda (ma non si vive, quando si scrive?) viene usata sempre più come stampella biologica per la produzione della prima. Certo entrambe le ipotesi sono delle semplificazioni, ma ciò che più di tutto preme sulla mia attenzione è il fenomeno della memoria, che si fa ancor più affilata e dettagliata per il passato, mentre avvolge il recente e il presente in una specie di cataratta dolcemente dormivegliante . Cosa ho fatto, ieri? Dov’ero, nel luglio del 1954? Si trattasse di partecipare a una gara a quiz, certo vincerei sulla seconda domanda e non sulla prima. Però c’è anche di mezzo, appunto, quella realtà mia biografica, decisamente confortante, che fa di questo attuale periodo il più fertile e produttivo della mia vita di scrittore, probabilmente accantonate le passioni e i deliri, risparmiate energie nel tenere a freno il più possibile le forme degradanti della competitività, schivata la immonda serpentina dell’odio biblico (Caino e Abele, tanto per capirci), attenuato, o per meglio dire disciplinato, il senso di impotenza per un mondo che non riusciamo a cambiare e accentuata l’ansia per una traccia, un senso, che desideriamo consegnare al futuro. O molto più semplicemente la presa d’atto che questo che svolgo è tutto sommato il meno usurante dei lavori, e che può essere svolto, persino brillantemente, anche da vecchi. Non darei una mia poesia recente per una di decenni fa. Interessante come la vitalità linguistica, la spregiudicatezza, la capacità di calcolo gravitazionale, la previsione dell’effetto, interessante, dicevo, come questi strumenti di lavoro da mobilitare nello scrivere – versi o prose che siano – siano più efficienti ora che lontani anni fa. E dunque, visto che sembra ormai provato che tutta la vita è entrata nella letteratura, non mi rimane che concludere fittamente sulla letteratura, se il raccontare la mia vita è, come sempre accade, l’obiettivo centrale, sia pure prevedibilmente inconscio. Qualcosa di simile ci dicevamo alcune ore fa, in questa domenica 29 settembre del ’13, al parco del Valentino in un caffè all’aperto sul fiume, con Emilio Jona. Di Emilio non ho ancora parlato, e oggi con Emilio abbiamo parlato a lungo di Augusto Blotto, del quale non ho ancora parlato. Emilio è per me da vent’anni uno degli amici insostituibili che si contano sulle dita di una mano: poeta e narratore, etnomusicologo, musicologo tout court e librettista di grandi compositori, avvocato di professione, intellettuale avido e informato. Blotto, mio ex amico, è uno dei suoi amici più interessanti. Sapendo qualcosa di lui si capisce che cosa sia, a Torino, quella cosa chiamata poesia – e vorrei pubblicamente dare atto al prestigio di Giovanni Tesio, l’italianista piemontese in questo momento più e meglio informato sui lavori della poesia italiana, per la franchezza che lo sta guidando nella riproposta editoriale di Blotto, cioè di questo incredibile sbalorditivo monotipo borgesiano configurabile come una geosuperficie pavimentata per intero dalla scrittura, una incredibile placenta micrografica senza precedenti, tra qualche accecante folgorazione visionaria e alcune decine di migliaia di pagine che in una vita costruiscono quel metamondo che ogni religione, a modo suo, finisce per concedere agli infelici. Ma, ahimé, infelice chi non eviti di soccombere sotto questo opus, prodigioso, incontenibile, ectoplasma di una lingua assolutamente altra, museo vivente di una lingua trattata come morta, cioè come postuma o, se si preferisce, come anticipatrice. O forse, semplicemente, funzionante come oggettivo salvavita, oltre l’istituzione, oltre l’estetico.

 

     Qualche titolo della mia produzione saggistica l’ho formalizzato pagine fa. Tra le cose in volume non rimane perciò molto da aggiungere, ma di una di esse parlo qui per poter introdurre notizia di qualche pur piccolo tratto di internazionalità nel mio lavoro. Penso dunque al libro “Per una storia della poesia di Paolo Valesio”, Gedit Edizioni, Bologna 2008. Il manufatto è decisamente attraente nella sua bicromia blu-rosso, con il quadratino in alto a destra, a fianco del nome mio e titolo del libro, che riproduce un lavoro di Enzo Cucchi, e in basso a sinistra il marchio editoriale sovrastato da un piccolo medaglione policromo annegato nel blu dominante. C’è indubbiamente del fascino in risultati inventivi di questo livello, nel mirare all’oggetto con intelligenza puntando su una ipotesi di autonomia del manufatto stesso. Come accennavo, ho avuto anni di reciprocità con Valesio, poeta tanto da me diverso e appunto per questo suscitatore di reciproca curiosità. Coetanei, mi sono a lungo posto verso di lui come dirimpettaio consapevole del dislivello. Mi invitò a New York, alla Columbia Univ., per letture di cose mie e discussioni sul presente in poesia. Altre volte, e per le stesse ragioni, ero o sarei stato a Yale, a Madison, a Princeton, chiamato da connazionali generosi e spesso desiderosi di ricordi e di idiomi e di integrazioni informate. In altre città e Paesi ho letto talvolta mie poesie o commentato aspetti del Novecento italiano in versi: Besançon, Vienna, Lovanio, Craiova in Romania, spesso nella confinante Lugano o nella prossima Locarno, Bratislava, Montpellier, sicuramente altrove ma ora non ricordo. Miei versi sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, albanese, con tracce di traduzioni in altre lingue meno dominanti. Ma è importante almeno che io ricordi la vicenda della traduzione in tedesco, a opera di Volker Braun e comparsa sulla rivista più nota della “Linke”, del mio poemetto “Rogo alla Thyssen-Krupp”. Ricorderete, immagino, la tragedia della fabbrica torinese che prese fuoco poco prima di Natale nel 2007. Scrissi una sequenza in versi, che la nota rivista leccese “l’immaginazione”, cui collaboro da lungo tempo, ospitò nell’aprile dell’anno successivo. Braun, forte dell’aiuto di germanisti italiani amici, ne portò a termine la traduzione tedesca, che comparve sulla rivista “Das Argument” nell’autunno di quello stesso anno. Non è per nulla ozioso, da parte mia, aggiungere che il compositore bolognese Adriano Guarnieri, mio pressoché coetaneo, ha composto su questi versi un’opera musicale che dovrebbe (la cosa pare pressoché ormai certa) andare in scena a Torino l’anno prossimo, il 2014. Singolare il fatto che Guarnieri, con il quale nel frattempo è nata una solida amicizia, avesse già musicato dei versi di Raboni: si vedano, appunto in “Quare tristis” (Mondadori, 1998), le “Stanze per la musica di Adriano Guarnieri”. 

 

     Mi accorgo, progredendo, che non dovrebbe mancarmi molto per ultimare una panoramica quantomeno accettabile del mio lungo lavoro sotto i suoi vari aspetti istituzionali, per così dire di genere. E infatti qualcosa devo pur dire sui brevi episodi di incursione in due altri generi letterari, la prosa narrativa e il teatro. Ho spesso pensato che questo desiderio di sperimentare operativamente un po’ tutto l’orizzonte dei generi mi ponesse in contraddizione per alcuni precisi motivi. Per uno in particolare: che fosse una forma di fuga, che dietro la apparente e radiale curiosità per il molteplice si nascondesse il timore del cedimento dell’uguale, dell’insuccesso nella scelta della unicità. Ho pensato poi che questa orizzontalità degli assaggi potesse costituire una pubblica spia per un sospetto di dilettantismo, e dunque ho deciso di ridurre il rischio distribuendolo in modo dislocato. Ma ho anche pensato, infine, che la poesia, sempre quella, ammazza e allora mi rimbalza nella mente il detto del vecchio re di Francia, “Toujors perdrix, toujours reine”, anche le cose più eccelse finiscono per venire a noia. Forse la risposta sta in ciò su cui riflettevo prima, e cioè nei meccanismi della memoria in relazione al presente: proiettare la mneme disattivata, semiatrofizzata, sui cardini di diverse competenze istituzionali, tornando a realizzare, nella finzione, il mito della varietà dell’esistente, per poi non renderlo altro che se stesso, senza pretendere di rilanciare da lì il diritto a una possibile sorta di religione. Dunque due parole su Giorgio Luzzi in prosa. Ho pubblicato un romanzo, un paio di racconti brevi alla macchia e dei quali non parlerò, e infine un libro recentissimo con due lavori teatrali. Il romanzo si intitola “La traversata” ed è una sorta di omaggio a Vienna e alle tracce schubertiane che vi sono molto vive; però prende il gioco alla lontana e dribbla l’autobiografismo in un vedo-non-vedo sulle mie origini retico-lombarde. Un giorno di alcuni anni fa Luigi Pestalozza, l’amico musicologo milanese, mi telefonò per chiedermi una prosa narrativa per la collana che allora lui dirigeva per l’editore “L’Epos” di Palermo, uno dei più raffinati riferimenti editoriali per la musicologia. Pestalozza aveva suggerito all’editore una collana di narrazioni che contenessero sostanziosamente argomenti musicali. Non avevo nulla nel cassetto, ma dopo un giorno di riflessione richiamai Luigi e mi impegnai a scrivergli un libro conforme alla linea. Mi trovavo allora nella casa di Lanzo Torinese, dentro un magnifico parco, una casa tardo liberty della quale Luisa e io affittavamo un piano, finché non cominciò a pesarci troppo sul quadro economico. Ma il periodo passato lì, i lunghi mesi estivi soprattutto, lo ricordo come qualcosa di privilegiato e soprattutto privilegiante. Lì scrissi appunto “La traversata”, tra estate e autunno del 2004 e il libro uscì dopo meno di un anno. Scrivere un romanzo è un’esperienza che noi poeti dovremmo almeno una volta vivere. Determina, sia pure provvisoriamente, una crescita impensata, come se si diventasse adulti in modo tangibile; impone di vivere l’esperienza della costruzione, la condizione riflessiva che la accompagna; elide la condizione permanente di rischio, o di leggerezza/pesantezza, di cui l’esperienza poetica è portatrice; e infine, paradossalmente, disinfesta il soggetto da quella ossessione legata alla missione di rifare il mondo, ma immette nell’esperienza adulta la convinzione attiva di essere lì a cercare di migliorare il mondo di relazioni; e poi concede il gusto legato al lavorare bene, con quel movimento oscillatorio che si avvicina quietamente al mondo per poi allontanarsene con calma per cambiare prospettiva. Come se il cuoco, intento a alte costruzioni gastronomiche, parlasse intanto piacevolmente con la cameriera che si sta assestando per uscire in sala. “La traversata”, mi pare, non ebbe un particolare successo, se non lodi, molte lodi credo sostanzialmente sincere, dalla cerchia. Qualche recensione, ben fatta. L’editore si lamentò del mio troppo fragile attivismo, ma, ahimé, non sapeva con chi stava avendo a che fare. Ho sempre avuto la presunzione (all’inizio si chiamava diritto, poi via via l’egemonia del capitale impose di chiamarla presunzione) di partire dalla valutazione differenziata dei ruoli. Io ho il compito di scrivere. Tu hai il compito di stampare e di pubblicare e di vendere. Non è forse vero? Non è più vero da tempo, da tanto tempo. Per questo mi accade di rileggermi ogni tanto ancora qualche pagina dei “Manoscritti del ‘44” di Marx sul denaro e sulla sua natura. Lui diceva Geldwesen, appunto natura del denaro. Tra parentesi, ricordo che nella collana dell’Arzanà, nel decennio anni ottanta, avevo con questo titolo pubblicato un volumetto di versi molto elegante, con interventi grafici ancora di Seveso: “Geldwesen”. Mio malgrado, non si può non definirmi un materialista di etica cristiana spiccata. Perché mai mio malgrado? Quanto al libro di teatro, si tratta del titolo più recente che io possa vantare. Ora siamo a fine settembre del duemilatredici, “Non a New York” (è il titolo del libro) è comparso in piena estate e in realtà sta solo ora cominciando a muoversi un po’, qualche presentazione, invii, tentativi di sondaggio sul territorio in vista della possibilità di qualche futuro esito spettacolarizzante. Comprende due lavori, un atto unico (dà il titolo al libro) e un tre atti dal titolo “Matrjax”. Li avevo scritti, i due lavori, nella prima metà degli anni novanta, nell’ordine in cui sono ora pubblicati, a distanza di un anno l’uno dall’altro. Il primo era uscito su una rivistina out della facoltà di lettere della Università, allora diretta dalla giovane Paola Mastrocola, destinata poi a ben altre glorie. Ho rilavorato molto, dicevo, su entrambi i testi, ma senza assolutamente alterarne l’identità. Il libro esce nella collana “La Mandetta”, diretta dall’amico Roberto Rossi Precerutti, per il giovane editore “Neos” di Rivoli-Torino, in questo 2013 appunto. Gli auguro la scena, sinceramente e caldamente. Sono convinto che la meriti, anche se non sarà facile. Frutto, infine, di una antica stagione, più stagioni, di divoratore di letterature teatrali da Sofocle a Pinter.

 

     Carrellata su riviste e spazi pubblicistici che mi hanno visto attivo. Anche qui, come in tutto, ci sono relazioni puramente di passaggio e legami che contano. La verità oggettiva è che, dopo decenni di lavoro alle spalle, mi trovo, su entrambe le modalità, ad avere all’attivo un numero considerevole, per qualità e varietà, di spazi pubblicistici che hanno ospitato miei scritti, o comunque cose che mi riguardassero sotto qualche aspetto: detto in schema, dell’indagatore o dell’indagato. Ho sempre preferito la prima condizione, e non per le ragioni che possono sembrare ovvie: in genere, almeno in questo genere di cose, l’indagato è il destinatario di attenzione, il recensito, colui che è onorato, tra altri di cui si tace, di una considerazione esplicita. Il mercato delle recensioni è appunto di questo tipo. La produzione di idee attraverso l’espressione scritta ospitata da spazi convenzionalmente settoriali è del secondo tipo. Vorrei appunto parlare di questo versante, che spesso coincide con momenti forti del mio lavoro, del mio pensare la letteratura e non solo. Ma anche vorrei parlare di quotidiani e periodici, almeno di quelli (in particolare i periodici) che mi hanno onorato della loro ospitalità assidua, ritenendo per ora di non fare riferimento a situazioni precarie o minori (e ce ne sarebbero davvero molte). A un quotidiano della Svizzera Italiana, il ticinese “Giornale del Popolo”, ho collaborato per anni, finché alla direzione c’è stato quell’ottimo giornalista progressista che è Giuseppe Zois, affiancato alle pagine cultura da Manuela Camponovo. Poi l’aria è cambiata, e si è bloccato anche quel provvido ruscelletto di franchi svizzeri onestamente guadagnati. Non li ho sprecati, anche perché il mio rapporto con il denaro ha sempre avuto un senso, comunque ne disponessi e ne disponga. Sia pure in sede minore, ho dunque vissuto l’esperienza del giornalismo, come funziona una redazione, che ruolo ha un direttore, quale disciplina occorre osservare sui tempi e sugli spazi disponibili, ecc. Ho anche collaborato per un periodo alle pagine culturali di una gloriosa testata della sinistra storica, “La Rinascita”; fui accolto con simpatia e interesse, ma dopo un po’ capii che avevano bisogno di tentare una politica della comunicazione culturale che fosse in grado di agganciare pezzi dell’area giovanile. Non era roba per me. Finì lì e nessun dramma, anche perché la redazione romana, che andavo a trovare qualche volta, era davvero molto gradevole e aperta. La collaborazione a “L’Indice dei libri del mese”, uno dei fiori all’occhiello della Torino intellettuale, ora si è ridotta a qualche sporadica comparsa per via della forte crisi di sopravvivenza che attraversa quel mensile storico. È stato in un certo senso lo zoccolo duro del mio giornalismo culturale, una tenacia di qualche anno cercando di rivendicare alla poesia qualche pezzo di pagina in tempi non troppo diradati. L’intiepidirsi del rapporto, piuttosto che un guasto di funzionamento di relazioni interne, è stato l’effetto di una scelta dovuta nella linea della direzione e redazione. Ma la traccia c’è stata ampiamente, e diciamo con franchezza che mi onora. La collaborazione con “l’immaginazione” dell’editore Manni di Lecce (spesso queste intrecciate collaborazioni sono state complanari nel tempo) è ormai fisiologica, fraterna e soprattutto molto chiara e attendibile: il sì, il no, il come, il quanto, il quando, tutto questo funziona come in una famiglia affiatata la divisione e convergenza dei compiti. Della lunga, e poi con un duro silenzio interrotta, collaborazione al mensile “Poesia” di Crocetti ho dato notizia qui di passaggio a proposito di libri miei usciti con quel marchio; è certo che vi collaborai a partire propriamente dalla nascita del periodico e che mantenni per un buon numero di anni i contatti, che non mi sfuggirono la considerazione e il senso di collegialità di cui ero destinatario. Ho rimosso le ragioni della rottura. Ma tanto chi mi legge qui si è ampiamente accorto che proprio la rottura, la dura interruzione dei rapporti interindividuali, è un mio specifico, quasi deterministico, modo di essere. Ci soffro su parecchio, ma ostinarmi a guarirne sarebbe come se volessi colorarmi di nocciola gli occhi azzurrochiari che apro ogni mattina, con sempre meno entusiasmo, sul mondo. Forse non accetto, pur conoscendolo in teoria, il piano della mediazione, soprattutto quando all’improvviso mi si spalanca di fronte una concezione opposta alla mia della “polis”, e allora capisco di avere sbagliato tribù. O forse sono semplicemente insofferente alla continuità, in modo che alla costruzione di una casa completa e perfetta preferisco l’attivazione contemporanea di pezzi separati e paralleli, che poi potrebbero tradursi in un modello di villaggio, di vita collettiva, di comunità. Chissà. Certo si riesce sempre a dare una spiegazione a tutto quando le contraddizioni diventano laceranti. Pensare a tutto ciò mi fa accorgere di una distrazione non da poco: non avevo ancora detto che nella lunga amicizia con Mario Lunetta ho trovato energie dialettiche, forza per fare affiorare le contraddizioni, coraggio nell’abbattere residui moralistici, conforto circa l’estensione potenziale delle possibilità linguistiche e combinatorie dentro il testo poetico; anche se poi i due rispettivi modi di formare divergono non di poco, dando segnali di confluenti forme di libertà. Talvolta penso di non essere riuscito, per gran parte della mia vita, a trovare gli interlocutori giusti, a far funzionare suoni integrativi, a armonizzare progetti nelle differenze. Magari è un po’ così, non lo nego, però ci sono eccezioni importanti. Per questo mi è caro procedere nel discorso intervenendo sui miei rapporti più stabili con periodici e riviste di maggiore caratura pensando alla collaborazione, ormai pluriennale, che l’amico Eugenio De Signoribus mi ha proposto e continua ad alimentare con la rivista “istmi” che lui dirige, e con parallele realtà microeditoriali prestigiose e raffinate che vedono impegnati anche artisti visivi importanti, di area marchigiana e non solo. Questo mi pare lo spazio di circolarità del mio momento vitale nell’oggi, tra cure critiche, ricerche, versi nuovi miei e altrui, momenti di impegno analitico che, sia pure parsimoniosamente, altri dedicano al mio lavoro. E sempre all’insegna della stima adulta e ben dentro il progetto pubblico che evita le situazioni separate e autoreferenziali attraverso una politica saggiamente “distributiva” di forze emergenti o confermate. Di particolare importanza in questi anni (2011) le duecento pagine del fascicolo dedicato dalla collana di “istmi” a Giorgio Cesarano, “Dissenso e conoscenza”, con un ampio saggio-antologia curato da me e la organizzazione del carteggio con Raboni, tra anni sessanta e settanta, curata da Rodolfo Zucco. A quest’ultimo, ora che lo nomino, vanno anche la mia stima e gratitudine per alcuni eccellenti studi firmati da lui sulla mia poesia, comparsi in riviste del côté accademico. E accanto a questa giovane amicizia, l’altra, meno giovane e più antica, solida di frequentazioni, eventi, discussioni e progetti, consonanze ideologiche: parlo del grossetano Velio Abati, che ha firmato tra l’altro sul “manifesto” la più acuta e lusinghiera delle recensioni incassate dal mio “Sciame di pietra” nel 2010, che ha organizzato per anni incantevoli incontri tematici sulla poesia nel paradiso ambientale di Alberese, alto sul Tirreno colorato dal tramonto di luglio, e che ha, fresco di stampa, anzi freschissimo, il suo nuovo romanzo che esce da Manni; lavoro ampio e esigente, imprevedibile e alternativo rispetto alle cassette cartacee senza idee e spesso con ben poco esprit che popolano i supermercati della letteratura in corso.

 

     A qualcuno non sarà forse sfuggito che non ho fatto ancora un riferimento adeguatamente organico a momenti di interesse pubblico e pubblicistico manifestato concretamente da altri nei confronti del mio lavoro. Certo non ho ancora avuto il tempo, l’autentico desiderio, le motivazioni per raccogliere quanto esiste in questa direzione, e certo qualcosa, forse nemmeno poco, esiste. Ma almeno, sul finire di questa mia autonarrazione, desidero ricordare la tesi di laurea specialistica che il giovane Patrick Cherif, della facoltà di lettere della università di Cagliari ha discusso, sotto la guida di Maria Giovanna Sanjust sua docente. Si intitola “La poesia di Giorgio Luzzi tra anni Settanta e Novanta del Novecento italiano” e mi è parsa particolarmente acuta, rigorosamente informata, debitamente estesa. Patrick si è poi occupato – la tesi è stata discussa nel 2009 – con altri saggi di altri aspetti e momenti del mio lavoro in versi. E inoltre ho affidato volutamente alla fase di conclusione il riferimento, per me assai lusinghiero e gratificante, alla mia collaborazione, a sua volta ormai non più freschissima, all’annuario “Italian Poetry Review” della Columbia University di New York. Quell’istituto di italianistica ormai celebre vede attivo anzitutto un grande critico e un eccellente poeta come Paolo Valesio. Al suo fianco il connazionale Alessandro Polcri, amabile e rassicurante interlocutore. Sull’annuario ho pubblicato versi, recensioni, e sono comparsi scritti che mi riguardano in quanto autore. Diviene ormai rituale l’appuntamento con questo grosso, solido e ricchissimo fascicolo che viene dal Nuovo Mondo, e che esce in Italia per i tipi della Società Editrice Fiorentina. E per finire: prometto di destinare a altra occasione la identificazione precisa dei numerosi scritti firmati da me in occasione di convegni, lezioni, meeting di qualche orientamento: ci sarebbe molto di questo, e si tratterebbe per lo più di riflessioni, proposte, provocazioni attorno alla mia grande ossessione-passione, la poesia del Novecento in Italia.

 

     Alcune settimane orsono, verso quella stagione struggente che colora il paesaggio delle tinte tipiche della fine dell’estate, mi trovavo in Valtellina, precisamente a Morbegno luogo di nascita di mia madre. Ero a pranzo dai miei cugini. Con uno di loro, Ennio, che noi chiamiamo “il Nino” (tipo interessante, tecnico, informatico, giramondo, film-maker a casa propria e per committenze cerimoniali, giornalista per fogli e piccole TV locali ecc.), si decise di andare, sette chilometri più giù, a bere un caffè a Rogolo, nel bar della piazza, di fronte alla chiesa e di fianco al municipio, l’unico bar con qualche giornale e il bel dialetto che circola nella sua musica fragile da specie protetta, bar dove tutti si conoscono e i miei rari rimpatri non potrebbero passare inosservati. Il Nino e io siamo nati con poche settimane di tempo tra uno e l’altro, così che lui risulta però anagraficamente più vecchio di un anno. Lì al bar di Rogolo cominciammo assieme a altri a commentare con ammirazione la antistante chiesa, il tempo della sua costruzione, gli stili di convergenza, le dimensioni. Poi un saluto agli amici e ripartimmo. Bene. Una settimana fa ricevo qui a Torino una lettera, gonfia e greve, una raccomandata da quattro euro e sessantacinque, intestata con una grafia commovente e elegante old fashion. Contiene una decina di facciate di protocollo, manoscritte, finalizzate alla descrizione in tutti i sensi perfetta e completa della chiesa e della sua storia. Contemporaneamente allega un pieghevole a stampa degno di una “guide bleu” sempre sullo stesso argomento. Mi scrive Giuseppina Curtoni, la ormai decisamente attempata ma iperattiva e sapiente maestra elementare, una delle istituzioni rogolesi, colei che è stata la sorella del Camillo, il grande amore giovanile della mia zia Adriana, la sorella minore di mia madre, che come spesso accade ai grandi amori ha voluto rimanere intatto nel tempo della memoria e nel divergersi implacabile delle biografie dei protagonisti; privilegio che solo la irraggiungibilità è in grado di concedere veramente. La lettera della Giuseppina comincia così: “Caro Giorgio, so che sei alla ricerca di notizie sulla chiesa, perciò ti mando quelle che io ho...”. Leggo in questo la duplicità dell’intelligenza: una lezione di eccellenza nella relazione con l’ambiente e contemporaneamente un implicito velato appunto circa la mia mancata visita a lei. Ho scritto dei versi su questo episodio. Indipendentemente dal loro esito, e da quello che sarà il loro destino, vorrei chiudere questa mia lunga ma sincera chiacchierata trascrivendoli qui. Non prima di aver chiesto comprensione e indulgenza per le inevitabili omissioni e dimenticanze e soprattutto lungaggini nelle quali la ricostruzione sia pure veramente nucleare di una vita non può non essere incorsa.

Torino, 30 settembre 2013.

 

Rogolo in mente

 

Dentro i miei scuri inverni bambini

col sole strano e lontano

dipinto sui monti dei Ciechi, tra le ceneri

del forno come un notturno

salotto, mio piccolo Rogolo nido

infinita New York, non ho mai smesso

di riscaldarti, domina lontana

che ci sorrida immobile

fino a restare immagine,

come una foto nera e bianca che non ha

altro che memorie senza corpo 

e corpo senza sole e dorma

e vegli con noi sotto le ali 

di un cuscino ammaccato ogni mattino

nelle spire squamate dei nostri

giorni reali, giorni tutti uguali. 

 

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